La sinistra sa solo ripetere che è colpa di Berlusconi. Confutare questa balla non basta, bisogna proporre un nuovo patto sociale che dia speranza nel futuro.

11 ottobre 2011

Il rilancio del nostro paese, oltrechè affidato al decreto sviluppo emanato dal Governo, può nascere solo da una svolta culturale che dovrebbe essere il primo obiettivo di un PDL rinnovato e motivato.
Quando parlo di svolta culturale mi riferisco al clima politico che si respira oggi in Italia. Un clima caratterizzato dall’odio e dall’invidia sociale, dal disfattismo e dal giustizialismo , il risultato di anni di martellante propaganda indiretta ma non per questo meno efficace.
Pensiamo alle idee che dominano sui grandi giornali così come nei cortei. Sintetizzo le idee, o meglio dire i luoghi comuni, che vanno per la maggiore spesso senza la minima reazione da parte delle coscienze libere: c’è la crisi? bisogna che i ricchi piangano; bisogna ripianare i conti? mettiamo nuove tasse possibilmente patrimoniali ; non c’è lavoro? allora ci pensi il Governo a creare per legge posti di lavoro; l’Europa ci chiede di mettere a posto i conti? Facciamo un bello sciopero. E poi i commentatori criticano il governo perché cresciamo poco ma lo Stato deve al contempo garantire milioni di giovani, di pensionati, di artisti, di ricercatori, di immigrati da accogliere, etc etc. Come in tutte le fasi prerivoluzionarie la ricchezza desta sospetto o viene equiparata a furto, i diritti individuali possono essere calpestati dalla folla che esige sangue, il conformismo di comici e intellettuali è imbarazzante.
La prima cosa da fare è ribaltare questo clima politico che riporta l’orologio della storia al 68 ‘, ribellarsi alle ricette stataliste e permeate di una ideologia anticapitalista che pensavamo sepolta dalle macerie del comunismo.
Queste ricette fallimentari sono riproposte come nuove grazie ad una spruzzatina di antipolitica e naturalmente puntando sul catastrofismo che affascina sempre i media.
Il Popolo delle Libertà deve prima di tutto ribellarsi alle letture della crisi faziose e strumentali che vengono spacciate come verità assolute.
Di fronte ad una crisi finanziaria che interessa tutte le democrazie occidentali, di fronte alla assenza di crescita economica che colpisce pressochè tutto il vecchio continente vale forse la pena riprendere le ricette , forse banali ma di buon senso dei classici liberali: dobbiamo tutti fare dei sacrifici (naturalmente anche chi riveste incarichi pubblici), lo Stato deve costare meno, dobbiamo tutti lavorare di più , lo stato deve creare le condizioni (regole ,incentivi,investimenti mirati) affinchè sia più facile creare lavoro, impresa, sviluppo e quindi nuova ricchezza . Certo sull’ultimo punto il Governo Berlusconi ha fatto poco e per crescere servirà più coraggio e meno tatticismo da parte degli alleati, ad esempio sulle pensioni, ma la cosa veramente difficile sarà smontare gli ostacoli allo sviluppo, che sono soprattutto la selva di leggi e regolamenti, frutto di una cultura statalista formalista e burocratica, che si nutre di adempimenti , pezzi di carta, vincoli minuziosi ma che poi non pensa ai controlli e ne aIl’efficacia. Questo rende difficile in Italia aprire nuove attività, questo impedisce nuovo lavoro per i giovani, questo allontana investimenti e innovazione. E’ un compito immane, in presenza di corporazioni sempre più ottuse, di polverosi contropoteri istituzionali capaci di paralizzare le scelte popolari, di sindacati onnipotenti e ideologici, di poteri economici e finanziari ( con relativi giornali) miopi che pensano solo a cavalcare l’antipolitica anziché preoccuparsi del futuro. Ma bisogna provarci per dare un senso al fare politica, per dare un futuro all’Italia e ai suoi giovani.
Il Popolo della Libertà deve quindi prima di tutto attrezzarsi per uscire dalle stanze del potere ( ammesso che tali siano) per combattere le terribili mistificazioni che , approfittando della crisi, i nemici dei valori liberali e occidentali stanno raccontando.
Soprattutto però dobbiamo dare una prospettiva di speranza e di benessere agli italiani che sono sommersi dal pessimismo interessato e dalla autoflagellazione permanente di chi, per azzoppare Berlusconi non ha mai esitato ad affondare il suo stesso paese.
Non basta quindi dire che la crisi è mondiale e la colpa non è del Governo. Il ceto medio preoccupato dei risparmi, i giovani dall’avvenire incerto, chi ha perso un lavoro hanno bisogno di speranza. Dobbiamo proporre agli Italiani un patto sociale per il futuro. Un patto che preveda di cambiare abitudini anche comode ma non più praticabili nel mondo globalizzato: in pensione presto, il posto fisso a vita, il Comune che finanzia tutto etc. In cambio però riforme strutturali che diano soprattutto lavoro ( anche se non pubblico) ai giovani, più credito e meno tasse per chi vuole intraprendere, una mobilità sociale caratterizzata dal merito, un welfare più efficiente e fondato sulla sussidiarietà. E soprattutto l’orgoglio di appartenere a un paese che ancora oggi sa sviluppare eccellenze apprezzate ed esportate in tutto il mondo. Il PDL presenti un grande piano per dare un futuro alle famiglie italiane e faccia emergere il nichilismo di una sinistra che campa sulla demonizzazione degli avversari e propone ricette superate che portano dritte al declino

Area C: inutile e sbagliata.

25 febbraio 2012

L’entrata in vigore dell’area C a Milano è già un problema per i milanesi ma è un formidabile assist per comprendere come le politiche della sinistra non funzionano.

Pisapia esulta perché, avendo introdotto una tassa d’ingresso da 5 euro al giorno e da 1000 euro l’anno, le macchine in centro sono diminuite del 38% . Ci mancherebbe altro e cioè che gli automobilisti si facessero spennare volentieri!

I dati cui guardare per misurare l’efficacia di tale provvedimento sono altri:

- quante macchine entrano ogni mattina a Milano (e non nel solo centro)

- l’andamento dell’inquinamento, registrato attraverso il riscontro delle polveri sottili PM10.

Sulle auto in ingresso in città non esistono ancora dati ufficiali ma si può dire che la congestione delle tangenziali e delle strade milanesi negli orari di punta è sempre quello, è tutt’altro che diminuito. Quanto alle polveri sottili, da quando è stato introdotto il provvedimento, non fanno che salire: persino nelle 2 centraline collocate dentro l’area C è quasi 3 volte sopra il limite (136 anziche 50 pm 10).

Dunque questa tassa non diminuisce il traffico ma lo sposta solo dal centro ai quartieri periferici.

Non abbatte nemmeno l’inquinamento perché colpisce solo quello automobilistico e solo nell’8% del territorio cittadino. Peraltro tassando allo stesso modo la Ferrari e la Smart, il vecchio furgone inquinante e la macchina nuova con filtro, non si incentiva alcun rinnovamento del parco auto, come invece è stato fatto dalla Regione Lombardia e dall’Ecopass di Letizia Moratti.

Alla sinistra che governa però non interessa l’efficacia ma sta a cuore, dicono, “l’introduzione di buone pratiche” e qui viene l’aspetto più interessante. Gratta gratta , sotto il vento arancione del nuovo , spunta l’idea veterostatalista e, diciamolo, sempre un po’ comunista, che il cittadino è un pirla che ha bisogno del Comune o dello Stato per decidere cosa è meglio per la sua vita, i suoi interessi , la sua salute! La libertà dell’individuo non conta rispetto a ciò che il Sindaco stabilisce che sia saggio per lui!

Dunque si introduce una ennesima tassa che penalizza chi lavora, che crea problemi quotidiani a famiglie e anziani, che danneggia notevolmente il commercio, che colpisce pure chi abita in centro e chi ha comperato box o macchine nuove, non perché serva a qualcosa ma perché bisogna educare i cittadini. Anzi, per usare un termine sinistro, rieducare i milanesi!

Contro questo provvedimento il PDL si sta battendo in Consiglio Comunale con una raccolta di firme per un referendum che abroghi l’Area C.

Soprattutto questa vicenda dimostra che, in momenti delicati come questo, le solite ricette della sinistra possono aggravare l’andamento dell’economia e la qualità della vita delle famiglie. Tutti chiedono la crescita e misure per l’occupazione e la sinistra con Pisapia propone più tasse, aumenti tariffari e nuove gabelle, con inevitabile contrazione di consumi e redditi.

Per noi i Comuni non devono limitare la libertà dei residenti in nome di un astratta ideologia o per il desiderio di rieducarli nelle abitudini ma realizzare concretamente nuovi parcheggi, isole pedonali, verde e trasporto pubblico. Vogliamo incentivare l’utilizzo di mezzi meno inquinanti, il rinnovo delle caldaie e il teleriscaldamento. Una politica di investimenti e realizzazioni concrete che i milanesi già rimpiangono.

Fabrizio De Pasquale

perche’ abbiamo perso e da dove ripartire

28 giugno 2011

Milano 12 giugno 2012
Cari amici
Affido a questo blog alcune considerazioni sulle ultime elezioni e le proposte per un pronto rilancio del PDL
Fattori nazionali
La sconfitta delle elezioni milanesi è secondo me l’effetto di una ventata di malcontento che ha colpito il Governo nazionale , la coalizione , i suoi Leader. Milano è fatta così, è velocissima nel mutare orientamento. E’ una città dove nascono tutti i movimenti politici e le tendenze culturali e sociali: questo è stato anche il motivo per cui non abbiamo avvertito prima, in tutta la sua portata, lo tsunami cui andavamo incontro.
Questo malcontento è il risultato di 2 fattori : da una parte una sapiente opera di demolizione mediatica del nostro Leader e del Governo che nel lungo periodo ha dato i suoi frutti; dall’altra è il frutto di un sistema politico istituzionale ingessato, dove governare è difficilissimo e riformare quasi impossibile: i poteri di chi viene eletto sono limitati mentre altri poteri ( la burocrazia, la magistratura ) dispongono, nella totale irresponsabilità, di micidiali poteri di interdizione.
Noi sappiamo quanti ostacoli al cambiamento frappongono istituzione romane polverose, magistratura e anche le varie lobby e potentati economici che da anni giocano a dividere le maggioranze uscite dalle urne: i burattinai di Fini oggi e prima ancora di Follini e Casini.
L’opinione pubblica milanese e lombarda però non è composta da politologi ma è concreta , quasi calvinista, e non accetta scuse, anche quando fondate, per giustificare la palude. Ai lombardi interessano i risultati, le riforme, il lavoro e lo sviluppo economico. E dunque quando questi risultati promessi non arrivano ecco il malcontento e addirittura anche l’indifferenza ai nostri gridi di allarme per le sorti di una città affidata alla sinistra radicale e comunista.
Per l’elettorato leghista va aggiunto anche lo shock degli sbarchi di profughi dall’Africa da accettare!

Fattori locali
Va detto che dopo 14 anni di governo locale ci dovrebbero essere 2 risorse che spesso consentono di andare in controtendenza rispetto alla spirale nazionale. Sono il buongoverno locale e la distribuzione del potere a livello territoriale : non è un caso che anche nelle tornate più difficili spesso i sindaci uscenti riescano a prevalere.
A Milano tutto ciò non è scattato, perchè di errori l’amministrazione Moratti ne ha commessi tanti, nella totale insipienza e indifferenza per 5 anni dei responsabili del PDL.
Abbiamo affidato a dirigenti non adusi al rapporto con gli elettori troppe scelte. Abbiamo pagato in periferia una gestione pessima, lenta e formalista delle case popolari da parte di Aler e Demanio ( parliamo di 72.000 famiglie ). Siamo stati un po ingenui nei rapporti col mondo cattolico. Soprattutto abbiamo lasciato praterie di consenso ai propagandisti della sinistra, con tutto l’armamentario di comitati , associazioni e sindacati senza presidiare il territorio in tutti i luoghi e occasioni dove si fa consenso. Ci siamo cullati nell’idea dell’invotabilità della sinistra e i nostri eletti, nella migliore delle ipotesi, hanno frequentato solo i “palazzi” e non le strade.
Invece stavolta anche nei quartieri borghesi e popolati di professionisti molti voti sono andati alla sinistra “per cambiare”: con noi ci si lamentava che Milano non avesse l’ordine perfetto di un borgo svizzero, agli altri non si contestava una cultura statalista e una visione assembleare del governo cittadino che farà danni sicuri .
Un ultima amara osservazione: avere liberato la città dai Rom abusivi e avere migliorato notevolmente l’aspetto della sicurezza ha semplicemente fatto calare l’attenzione degli elettori su questo tema, suscitando una generale indifferenza ai nostri appelli a riflettere.

Da ogni sconfitta tuttavia si può risorgere a patto di trarre lezione e di rimboccarsi le maniche. Io suggerisco alcune proposte .

1)Un nuovo modo di comunicare

Queste elezioni sono state forse le prime in cui internet ha inciso più della televisione. A Milano la tv oramai la guardano solo le persone anziane e la gente si informa attraverso i siti on line dei grandi giornali ( che quindi hanno recuperato un ruolo), scambia opinioni attraverso i social media. Un ruolo importante se lo sono ritagliato anche i quotidiani free press. Su tutti questi mezzi siamo stati soccombenti.
Inoltre questi mezzi facilitano le cosiddette catene di Sant’Antonio di comunicazione politica : appelli , raccolta di firme, petizioni, articoli interessanti risposte alla disinformazione etc..tutto viene veicolato . Per non soccombere in questa comunicazione i nostri militanti devono essere motivati e coordinati a far girare contenuti e temi a noi favorevoli.
Altro aspetto da curare è favorire la nascita di quotidiani free press cittadine sia di free press di quartiere di ispirazione moderata. Queste ultime devono essere in stretta collaborazione con i nostri consiglieri di zona.
Operiamo dunque per avere un pool di persone che lavori sui social media, chiediamo ai giornali di area moderata di migliorare le edizioni on line, spingiamo per la nascita di quotidiani on line milanesi e lombardi vicini a noi., aiutiamo le free press vicine a noi.

2) Un nuovo modo di essere PDL

Più radicato sul territorio
Quello che più mi ha turbato è stato vedere la borghesia milanese delle professioni e del commercio , quello che una volta era il nostro blocco sociale di riferimento, fare una scelta “estetica” contro gli eccessi di Berlusconi e contro la freddezza della Moratti senza minimamente valutare i rischi “sostanziali” di una città amministrata dalla sinistra radicale: meno sviluppo, meno lavoro, meno sicurezza nel futuro delle famiglie.
Se questo è potuto succedere è perché non abbiamo dato modo alla gente di riflettere e sedimentare le nostre proposte. Abbiamo contrapposto un PDL gracile , che non difende sul territorio le sue politiche nazionali e locali . Quando per anni si lascia campo libero sul territorio a una sinistra che sa fare propaganda martellante in ogni ambito di disagio sociale, con un armamentario di finti comitati spontanei (altro che finti rom!), di sindacati, di disinformazione, non può bastare un po di televisione amica e qualche appello in periodo elettorale. Il consenso si crea e si coltiva giorno dopo giorno
Solo negli ultimi 2 mesi con il nuovo Coordinamento regionale è cambiato qualcosa, ma naturalmete non poteva bastare anche se è servito a mantenere il PDL primo partito della città.
La prima regola del nuovo PDL Lombardo deve quindi essere che ogni zona , ogni quartiere, ogni ambito lavorativo, ogni associazione di categoria o di interessi deve essere presidiata da qualcuno che ne è formalmente responsabile.

Fondato sul collateralismo e aperto ai comitati civici
Dobbiamo incentivare la nascita di associazioni , gruppi di interesse, comitati politicamente vicini a noi. Questo determina un duplice vantaggio. Da una parte possiamo contare su strutture dove la gente partecipa più volentieri, senza considerare la scelta più impegnativa di iscriversi a un partito. Dall’altra la nascita di nuove associazioni consente di valorizzare più persone e selezionare più futuri amministratori. Dobbiamo tenere vicini a noi questi mondi coinvolgendoli , attraverso appositi ambiti ( Forum, Consulte, Stati Generali etc), rendendoli protagonisti delle decisioni strategiche.

Disposto a investire per formare i giovani

Il PDL in questi anni ha certamente annoverato tra i suoi eletti non pochi giovani e numerosi trentenni.
Alle ultime elezioni milanesi è però imbarazzante il dato del voto giovanile che è andato fino all’80 % con Pisapia.
Per riconquistare queste fasce oltre a parlare con mezzi di informazione e comunicazione adeguati bisogna fare opera di formazione e proselitismo nelle università e nelle scuole, avendo cura di investire, come facevano i vecchi partiti, per mantenere una presenza fra i giovani. Mi riferisco alla disponibilità di sedi, alla possibilità di organizzare corsi e seminari gratuiti per formare politicamente e culturalmente dei giovani, senza mandarli allo sbaraglio direttamente nelle istituzioni , come talvolta è accaduto in questi anni.

Un PDL di nuovo forte , che rappresenta chi vuole cambiare in meglio la società, integrando il meglio della tradizione cattolica ,liberale e riformista.
Alla fine ciò che determina il successo di un partito sono e rimarranno le sue idee, i suoi valori , le sue proposte.
Il Popolo delle Libertà come dice il suo nome deve battersi per assicurare agli italiani la libertà, deve favorire lo sviluppo e il benessere contro ogni burocrazia.
Per avere nuovo slancio dobbiamo ripartire dalla rappresentanza degli interessi che la Sinistra, al governo come all’opposizione, non saprà mai coltivare per la sua matrice ideologica.
1. Dobbiamo ripartire da una grande difesa delle partite Iva , del lavoro autonomo, dei commercianti, della piccola impresa. Mi auguro che a queste categorie si possa offrire qualche sconto fiscale, ma quello che dobbiamo prospettare ( a costo zero per il bilancio statale) sono soprattutto procedure semplificate , tempi certi per le autorizzazioni, incentivi a investire, amministrazioni che aiutano chi crea occupazione e ricchezza e non viceversa. Insomma lotta alla lentocrazia e alla irresponsabilità

2. Più che trasferire Ministeri a Milano ciò che appare necessario è che il Governo esprima una cultura giuridica e amministrativa meno romanocentrica, meno statalista, meno astratta e slegata dall’economia reale. Avanziamo la proposta di affiancare agli uffici legislativi dei Ministeri e della Presidenza del Consiglio un pool di tecnici ed esperti provenienti dal sistema produttivo e dalle professioni del Nord. Quindi meno leggi , scritte meglio e fondate sull’esperienza di chi lavora

3. Difendiamo sempre la famiglia nei suoi interessi preminenti : traduciamo in leggi e provvedimenti nazionali le buone pratiche sperimentate sul territorio per il sociale, la sicurezza, la pulizia , il decoro, il volontariato, i trasporti e l’ambiente. La concretezza delle ricette che funzionano contro la sinistra parolaia

4. Dobbiamo tirare fuori il meglio della esperienza dei sindaci e degli amministratori locali lombardi , dobbiamo trasformare i parlamentari PDL in “sentinelle” del corretto funzionamento di uffici, amministrazioni, Ministeri, servizi pubblici. L’esperienza di questi anni dimostra quanto sia difficile cambiare e riformare il corpaccione pubblico, ma la gente che ci vota vuole vedere che noi siamo dalla loro parte, non adagiati sul tirare a campare romano!

5. Dobbiamo poi riprendere 2 grandi intuizioni berlusconiane del passato e attuarle con determinazione.
• Ri-aumentare le pensioni minime; alla luce dei conti pubblici credo che cio’ sarebbe possibile solo istituendo un prelievo sugli stipendi e sulle pensioni d’oro di tanti dirigenti e grand commis pubblici , che ancora oggi ricevono somme vergognosamente spropositate per le attività fatte.
• Disboscare la legislatura nazionale e poi regionale per rilanciare il mattone, unico settore che oggi può trainare una economia statica

6 Infine concentriamoci sui costi del malfunzionamento della giustizia, non tanto per Berlusconi quanto per ogni cittadino. Dobbiamo stanare una sinistra che è succube della magistratura politicizzata. Noi dobbiamo denunciare ai cittadini un sistema giudiziario che non persegue l’immigrazione clandestina, i reati di vandalismo contro il patrimonio, la prostituzione, gli scippi, le truffe, i mancati pagamenti, perché concentrato su indagini con finalità politiche e ideologiche. Noi dobbiamo proporre una giustizia civile che dia certezze all’economia e una giustizia penale che assicuri prima di tutto incolumità e sicurezza ai cittadini.

Fabrizio De Pasquale

ma a che serve l’Europa?

25 febbraio 2011

I rivolgimenti politici in corso nei paesi arabi trasformeranno il mar Mediterraneo in un canale che porterà centinaia di migliaia di persone disperate sulle coste italiane non appena le condizioni atmosferiche si saranno calmate. Sarebbe logico pensare che questa emergenza umanitaria e sociale venisse affrontata dall’Unione Europea. Il Governo Italiano lo chiede da quando è crollato Ben Alì in Tunisia. Ma invano. La Commissone Europea , che avrebbe i poteri e le dimensioni per affrontare l’emergenza profughi diluendola fra 26 paesi e ,ancor prima, per fare una politica estera in grado di evitarci gli attuali salti nel buio, non fa e decide nulla, a parte i soliti generici e tardivi appelli alla fine delle violenze.

Quindi viene spontaneo chiedersi a che serve l’Europa?

Certo la moneta unica e la libertà di movimento di persone e merci sono state grandi conquiste ma per ottenere questi risultati non sarebbe stato necessario costruire una potere sovranazionale cosi pervasivo e mettere in piedi un apparato burocratico tanto costoso . L’Unione Europea , ha un senso , se dal punto di vista politico tutti gli stati che ne fanno parte sono tutelati nei loro interessi. Ora io ricordo che l’Italia ha avuto dalla UE vari rimbrotti sulle misure prese nei confronti dei respingimenti e dei Rom , senza che dall’Europa giungessero soluzioni alternative. Va ricordato poi che per vincoli comunitari non si possono introdurre misure di vantaggio fiscale per promuovere il Sud e che sempre l’Europa ci impone col patto di stabilità il blocco degli investimenti degli enti locali.

La cosa più grave è tuttavia che l’Europa non abbia sviluppato in questi anni una politica estera. In un momento in cui è venuto meno il ruolo di ” carabiniere” del mondo da parte dgli USA, cosa che mette vaste aree del globo in una situazione di instabilità . sarebbe necessario quello che Berlusconi ha da tempo proposto , e cioè, un piano Marshall per i paesi arabi del Mediterraneo. Ricordiamo che in questi paesi le ricchezze sono veramente concentrate in poche famiglie e le rivolte di queste giorni nascono dalla insoddisfazione di strati anche acculturati delle popolazioni arabe. L’Europa invece in questa materia ha lasciato che ogni paese si arrangi ne ha compreso che per combattere il fondamentalismo è necessario prima di tutto vincere la guerra della propaganda e della disinformazione: è assurdo che esista un canale di al jazeera in Inglese per gli occidentali mentre non esistono canali inlingua araba con il punto di vista degli europei.

Alla luce di questi fatti se da una parte va ripensato il nostro acritico credo europeista dall’altra credo sia giusto non perdere di vista in queste vicende il concetto fondamentale di interesse nazionale.

A mio avviso si è perseguito l’interesse nazionale quando si è sottoscritto con Gheddafi gli accordi di amicizia in virtù dei quali sono stati fermati gli sbarchi di clandestini provenienti dai porti libici e quando si sono intrapresi accordi commerciali che aprono la strada alle imprese italiane in Libia e agli investimenti libici in Italia. Questi sono aspetti più sostanziali del folklore insito nell’ultima visita di Gheddafi a Roma
L’interesse dellItalia oggi richiede un paese unito, maggioranza ed opposizione, nel rivendicare dall’Europa un atteggiamento meno passivo verso i rischi di invasione di profughi. Richiede anche un paese unito nel tutelare non solo i propri cittadini ma anche gli interessi economici delle proprie imprese in Libia. Non ultimo la difesa dell’interesse nazionale necessità che si operi sul piano diplomatico affinche’ venga evitata la pericolosa presenza di uno stato in mano a Al quaeda a 200 km dalla Sicilia. Di fronte a queste essenziali questioni per la nostra sicurezza e per la nostra politica energetica, l’opposizione smetterà di ammorbarci con le solite fesserie sul caso Ruby e contribuirà a portare avanti l’idea che il paese è unito nelle sue richieste alla UE e nella difesa dei soui interessi nazionali? non lo so però è certo che a questi temi gli italiani sono molto più attenti che al gossip.

Il tassista aggredito a Milano

12 ottobre 2010

L’episodio accaduto domenica in via Antonini ha scatenato il tic parolaio della politica, sicuramente il peggiore. Di fronte a una città colpita dalla violenza brutale e gratuita di un bullo di periferia si sono ascoltate dichiarazioni di ogni tipo. Salvini, specialista nelle sparate ad uso giornalistico, ha proposto di armare i tassisti ma stavolta non è stato preso sul serio nemmeno dai suoi. La sinistra , ed in particolare i suoi candidati da salotto che non sanno dove sia ubicata Via Antonini, ha subito sentenziato che è il fallimento delle politiche sulla sicurezza del centrodestra. Come se esistessero rimedi alla follia di uno che decide di spaccare la testa a un automobilista che investe un cane scappato e ti chiede scusa! Questo per capire la statura degli uomini che la sinistra vorrebbe mettere a governare la metropoli. Quanto alle proposte alla fine la sinistra ha calato l’asso: inutile la repressione ( che peraltro non si è mai vista abbastanza ) ci vuole la prevenzione. Cioè per impedire i delitti bisogna cambiare la società. Spontanea sorge la domanda : e i cittadini nel frattempo? In mezzo a tanto fiorire di dichiarazioni una semplice osservazione: quello che serve è una giustizia che funzioni e la certezza della pena per chi si macchia di questi reati. Se non ci fosse la sensazione di impunità che aleggia in Italia sui tanti comportamenti illegali che non vengono manco più denunciati ( vandalismi, minacce, spaccio, piccoli furti etc) certi bulli di periferia e certe sopraffazioni quotidiane che caratterizzano alcune zone fortunatamente limitate della metropoli non sarebbero così spavaldamente visibili. Quindi la ricetta per limitare queste aggressioni è l’effettività della pena, l’efficienza della giustizia e una magistratura più attenta al rispetto delle leggi da parte di ogni cittadino e meno propensa ad applicare astratti teoremi politici. E impegnamoci tutti affinchè la vergogna dell’omertà e delle contestazioni ai poliziotti e ai giornalisti rimanga una piccola eccezione in una città civile , capace ancora di indignarsi e di denunciare ogni illegalità.

la sinistra milanese e’ proprio da salotto

28 settembre 2010

La sinistra milanese è da salotto (PDF)

Questa lettera spedita a Repubblica racchiude le contraddizioni della sinistra milanese meglio di qualsiasi nostro discorso. La risposta pone un problema serio, quello della opportunità di fare politica per tutti i cittadini, di ogni censo ed estrazione. Una domanda : dove era Repubblica quando si approvavano leggi elettorali poco democratiche e si demolivano i partiti, luogo di ingresso libero e senza barriere sociali alla politica? Repubblica stava e sta con chi ha prodotto questi capolavori !

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Quanta ipocrisia dal Quirinale

4 settembre 2010

Non è con un nuovo ministro che si fa una politica industriale seria. Il seguente articolo, pubblicato dall’Occidentale, spiega quanta ipocrisia ci sia in che oggi si sveglia per reclamare la nomina del successore di Scajola. Come sempre però quando parla il Quirinale i giornali , a cominciare dal Corriere , sono in ginocchio.  Naturalmente dal colle non sono venuti suggerimenti concreti su quali misure prendere per lo sviluppo a meno che non si voglia prendere per tali le irrituali ( per un capo dello Stato , non per un comunista) parole a difesa dei 3 sindacalisti di Melfi sospesi dalla Fiat.

Published on l’Occidentale (http://www.loccidentale.it)

Sviluppo economico

Non è con un nuovo ministro che si fa una politica industriale seria

di

Salvatore Rebecchini

Ciò che oggi occorre è una seria politica di sostegno al mondo delle imprese, che migliori il contesto normativo e regolamentare in cui esse operano, favorendo la libertà di intraprendere e la libertà di contrattare. Solo in questa maniera sarà possibile aumentare la produttività del nostro sistema, incrementare il potenziale di crescita, migliorare l’occupazione. E tutto sommato, per realizzare tale programma, non occorre un Ministro dello sviluppo economico.

L’affermazione del Presidente Napolitano che per il nostro paese è giunto il momento di una seria politica industriale è alquanto generica e merita di essere declinata di contenuti affinché sia di qualche utilità.

Chi scrive ritiene che il paese non necessiti di una politica industriale intesa nel senso tradizionale, quale quella che si è realizzata in un passato non lontano: lo Stato, o il Ministro dell’industria, nella loro “illuminata saggezza” individuavano alcuni settori o imprese ritenute strategiche e determinava un complesso di interventi miranti a rafforzare e sostenere questi “campioni nazionali”. Il  risultato nefasto  era stato anticipato con lungimiranza da un pensatore cattolico, Don Luigi Sturzo che, in epoca non sospetta, denunciava come tale politica avrebbe condotto a “.. comodi compromessi a danno del consumatore o del contribuente” (L.Sturzo, Stato democratico e statalismo, Il Giornale d’Italia, 20 novembre 1952).

Ciò che oggi occorre è in effetti una seria politica di sostegno al mondo delle imprese, che migliori il contesto normativo e regolamentare in cui esse operano, favorendo la libertà di intraprendere e la libertà di contrattare. Solo in questa maniera sarà possibile aumentare la produttività del nostro sistema, incrementare il potenziale di crescita, migliorare l’occupazione.

Un serio programma in tal senso dovrebbe comprendere, innanzitutto, il rilancio della stagione delle liberalizzazioni. Le priorità sono note da tempo e sono state ribadite anche recentemente nelle proposte che l’Antitrust ha formulato al Governo per la redazione della Legge annuale sulla concorrenza (cfr. Agcm, Segnalazione del 9/2/2010, S1227).

I settori ove è più urgente intervenire sono quelli in cui permangono i retaggi dei monopoli pubblici o corporativi: la posta, la filiera del gas, i trasporti ferroviari, il vasto mondo dei servizi pubblici locali e delle libere professioni. I benefici derivabili da una compiuta liberalizzazione di questi comparti sono stati ampiamente documentati da una vasta letteratura scientifica.

Un ulteriore filone di interventi a favore delle imprese dovrebbe consistere nel rimuovere gli oneri burocratici e regolamentari che ostacolano inutilmente l’attività imprenditoriale. Utili suggerimenti al riguardo si possono ricavare dal rapporto annuale della Banca mondiale che annualmente confronta il costo di fare impresa tra i paesi del globo sulla base di una serie di indicatori: costi e tempi per l’apertura e la chiusura delle aziende, per la soluzioni delle controversie giudiziarie, per  il trasferimento delle proprietà immobiliari (World Bank, Doing Business, 2009). L’evidenza raccolta pone il nostro paese al 78° posto, in forte svantaggio competitivo rispetto ai nostri principali concorrenti: imprese tedesche o francesi, non quelle rumene o cinesi.

E’ su queste direttrici, concrete ed efficaci, che occorre l’intervento del governo a favore del sistema produttivo italiano. Il pregio di un tale approccio è che non comporta costi per l’erario: si può liberalizzare, senza gravare sui conti pubblici. Un jolly non da poco di questi tempi! E tutto sommato, per realizzare tale programma, non occorre un Ministro dello sviluppo economico. Del resto gli Stati Uniti, che restano la più grande democrazia industriale del mondo, non hanno mai sentito il bisogno di dotarsene per sostenere le loro imprese.

3 Settembre 2010


Source URL: http://www.loccidentale.it/articolo/per+una+seria+politica+industriale+non+serve+avere+un+ministro+dello+sviluppo+economico.0095187

essere liberali ai tempi delle intercettazioni

23 luglio 2010

molto di quello che leggo sulla stampa sulle intercettazioni è la negazione dei principi liberali sulla libertà individuale che nel corso degli ultimi secoli si sono affermati. Io penso che la libertà dell’individuo di esprimersi e di comunicare nella riservatezza può conoscere una parziale limitazione solo di fronte a un interesse pubblico di assoluta rilevanza quale è quello della sicurezza nazionale e della lotta alla criminalità. Per questo credo che siano ammissibili, con le limitazioni previste dalla legge, le intercettazioni telefoniche ordinate dalla magistratura. Quello che invece inon riesco a cogliere è come possa essere posto sullo stesso piano la libertà dell’individuo alla riservatezza , presente in tutte le costituzioni liberali del mondo e non a caso definita inviolabile dall’art.15 della Costituzione Italiana, con la libertà di stampa e il diritto di cronaca. Dico questo perchè rovinare la reputazione di una persona non condannata o addirittura totalmente estranea, infangare la sua onorabilità, violarne la sua riservatezza costituiscono un danno perl’individuo che le subisce che trovo estremamente superiore ai vantaggi che la pubblicazione prematura di una intercettazione  porta alla società. Si afferma, da parte di molti che nel 68′ scrivevano il contrario e che se non esistesse Berlusconi sarebbero meno giustizialisti, che grazie alla pubblicazione di intercettazioni possiamo giudicare meglio l’operato di chi ci governa o rappresenta. Ma  cosi’ come i giudici devono giudicare sulla base di argomentazioni dell’accusa e della difesa,  così i cittadini dovrebbero formarsi l’opinione su un accusato avendo a disposizione non solo un pezzo di conversazione ma tutto il materiale ( l’ambito, le vicende precedenti etc..)ed anche le deduzioni della difesa e questo, come è noto, non accade mai. Inoltre capita spesso che 2 delinquenti parlino di una terza persona che non c’entra niente e che viene spiattellata come collusa dei delinquenti senza che magari nemmeno li conosca. Allora mi domando: ma se non si pubblicano le intercettazioni prima del processo e prima che siano ripulite quelle conversazioni che non c’entrano  con le indagini, viene meno il diritto di cronaca e la libertà d’informazione? evidentemente no perchè i giornali potrebbero sempre scrivere che il tizio è indagato e che i magistrati sospettano che abbia fatto la tal cosa. Inoltre come è accaduto per esempio nel caso Scajola vi sono dichiarazioni di testimoni . Ecco io penso che lasciando ai soli magistrati il compito di origliare nella vita privata delle persone ( sperando che venga usato con la misura che giudicare altri richiede ) si difende la sicurezza e quindi la libertà di tutti noi, si evita magari di pregiudicare gli sviluppi delle indagini, si offre comunque alla stampa         ( che esisteva anche prima delle intercettazioni)  il compito importante di raccontare e non ricopiare le malefatte dei potenti, e si evita quella gogna mediatica che può cambiare la vita di una persona senza migliorare di nulla la società. L’opinione pubblica forse si diverte  o  si indigna a origliare attraverso una intercettazione ma di certo forma i suoi giudizi, soprattutto quelli elettorali,  sulla base di  più elementi, più generali  e complessivi. Domandiamoci perchè a un certo punto della storia non si sono più fatti i processi in piazza e sono scomparse le ghigliottine anche se il pubblico che stava in piazza gradiva. Perchè abbiamo scoperto che la libertà , fondata sui diritti individuali,  è il bene più importante su cui costruire una società.

La casta dei mandarini

7 marzo 2009

La casta dei mandarini

C’e’ un’alta burocrazia che detiene le vere leve del potere ed è lontana anni
luce dalla cultura del fare di Berlusconi

Con la sinistra impegnata a discutere del proprio ombellico e con l’economia che induce tutti gli
italiani muniti di buon senso a stringersi attorno al governo piuttosto che a scioperare si
potrebbe concludere che gli unici problemi per Berlusconi arrivino dal Milan.
In realtà segnali di insoddisfazione del blocco sociale che ha votato PDL, soprattutto al nord, ci
sono, ed è bene non trascurali: Malpensa, la penalizzazione dei comuni virtuosi per ripianare i
debiti di quelli spendaccioni, espulsioni solo teoriche per i clandestini, decisioni che tardano su
questioni vitali come la casa, l’Expo o il finanziamento delle infrastrutture. Nulla di drammatico
se si guarda al coma della sinistra però una riflessione va fatta.
È vero, con la crisi le risorse sono poche e diventa difficile far le riforme. Vi sono però decisioni
potrebbero liberare fondi per lo sviluppo come abolire le province o innalzare l’età pensionabile
femminile. Altre non costano nulla e garantirebbero più sicurezza, come una politica
dell’immigrazione, fatta di espulsioni vere, di educazione civica ediritti di cittadinanza da
meritarsi.
Idee note ma allora perché ci si incarta, perché è così difficile agire?
Certo c’è una coalizione e Berlusconi deve ancora fare i conti con i distinguo: della Lega che,
ad esempio, non vuol abrogare le province o punire i graffitari! E poi l’esecutivo
costituzionalmente debole, i regolamenti parlamentari… Ma queste ragioni non spiegano tutto.
C’è un fattore che influenza fortemente gli atti di governo ed è di carattere umano, culturale,
direi sociologico, e bisogna avere il coraggio di parlarne
Sotto il livello dei Ministri esiste una alta burocrazia composta da Capi di Gabinetto, Capi del
legislativo, Segretari Generali e via discorrendo che detiene veramente le leve del potere.
Queste figure, non elette da nessuno ma nominate dai Ministri ad inizio mandato, sono lontani
anni luce dalla cultura del fare di Berlusconi
Cultori del cavillo e del decreto, spaparanzati sulle poltrone che contano da molti più anni dei
politici che dovrebbero guidarli, abituati a fare surf fra governi di sinistra e destra,
trasversalmente pronti a servire prima D’Alema e poi il Cavaliere, o Di Pietro e poi Tremonti,
questi mandarini rispondono in pratica solo a loro stessi.
Si tratta di Consiglieri della Corte dei Conti, del Consiglio di Stato, alti magistrati che
accumulano incarichi e stipendi ma che sono abissalmente distanti da chi produce ricchezza
nella provincia italiana. La loro visione del diritto è sublimata nel decreto milleproroghe, ovvero
scrivere norme indecifrabili, piene di rimandi ad altre norme, funzionali a impantanare le scelte di mese in mese.
Questa autentica casta, meno controllata e più solida della politica, custodisce le tavole della
norma e della prassi amministrativa: in pratica dice ai Ministri cosa possono o non possono
fare. E’così ogni riforma è annacquata, infarcita di passaggi amministrativi, frenata da chi non
vuole modificare abitudini, privilegi e potere. È una casta che prospera nella discrezionalità,
controlla solo formalmente l’interesse pubblico, scarica le responsabilità sulla scrivania accanto
ma coltiva a piene mani familismo e clientelismo. L’influenza degli inossidabili burosauri spiega
anche la autolesionista tendenza di Ministri polisti a confermare o addirittura nominare
personalità di sinistra. Fioriscono un mariniano alle Poste,un ex ministro diessino alla Cassa
Depositi e un veltroniano a Cinecittà,.
Per sovvertire la palude romana non c’è che il Berlusconi del predellino, che interpreta gli
interessi di chi chiede servizi efficienti e decisioni. E si capisce perché, stufo della cultura del
tirare a campare, il Cav spesso tira fuori l’idea della università della liberta per formare una
nuova classe dirigente.
Per superare tale melassa al PDL serve un ceto politico preparato e consapevole, in grado di
non farsi turlupinare dai grand commis, e ci vuole un partito che ricordi quotidianamente al
governo le istanze dei nostri elettori.
Serve il coraggio di anteporre la politica alla nomenclatura, bisogna portare le esperienze
migliori del governo locale a Roma, per evitare la beffa di camaleonti sempre al potere grazie ai
milioni di italiani che ci hanno votato per cambiare l’Italia. Parliamone al congresso.